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La mia esperienza
nel campo dello yoga non nasce nello yoga, ma nell’esperienza dello
sport subacqueo.
La pratica di questo
sport, ormai sono passati moltissimi anni, è stata sorretta, ad certo
punto, dall’incontro con lo yoga, anche se inizialmente ero
interessato soprattutto alle tecniche respiratorie. Ben presto però,
questo mio interesse mirato al sostegno dell’apnea divenne ben più
ampio e non più finalizzato.
Le due discipline
sono distanti ma hanno dei punti di connessione molto importanti che
non sono certamente fondati soltanto sulla capacità dell’apnea e
quindi sulla condizione del non respiro.
L’apnea del
subacqueo mi ha sempre affascinato, come emozionante scoperta di un
mondo nuovo che può realizzare la possibilità di un migliore rapporto
con se stessi.
Le discipline
dell’apnea sono diverse e si va dal semplice “snorkiling” (un piccolo
viaggio sott’acqua e ritorno), all’apnea dinamica orizzontale (il
nuoto sott’acqua orizzontale), all’apnea in assetto costante
(immersione ed emersione con la stessa zavorra), a quella in assetto
variabile (immersione con zavorra ed emersione senza zavorra) e
all’apnea statica (in cui si rimane fermi e rilassati). In questi
ultimi anni ho seguito molto l’apnea statica. Questa esperienza ha
rappresentato per me un’immersione nella mia interiorità e la spinta
della ricerca sul cammino dello yoga.
Nell’apnea statica
si va dall’ascolto del corpo al flusso del pensiero, dai suoni del
corpo alla fusione con l’acqua. Ciò permette di conoscersi meglio e
quindi di essere consapevoli dei propri limiti per poterli controllare
e per poterli superare.
Attraverso l’apnea,
si potenziano le proprie capacità percettive e da una situazione di
tensione e di rigidezza, si può raggiungere uno spazio di apertura e
di abbandono, superando attraverso la pratica e l’esperienza, le
comuni resistenze psicologiche e fisiologiche che ci siamo creati nel
nostro vissuto.
Il modo in cui ci si
abbandona all’acqua è carico di significato, perché il corpo si
esprime rispondendo a richiami dell’inconscio: il rannicchiarsi, il
ripiegarsi su se stessi, il farsi grandi per conquistare un maggiore
spazio d’acqua, un irrigidimento, dolci movimenti delle membra vengono
a costituire notevoli possibilità per la ricerca del proprio spazio
vitale. Nello yoga il rilassamento ci conduce in situazioni analoghe.
Nei due casi l’esperienza è sempre positiva. In questa condizione di
abbandono non vi è alcuna dispersione e tutto ciò che ci impedisce di
essere presenti al presente, ovvero tutti i meccanismi di dispersione
della mente, diminuiscono e sono meno invadenti.
Nella
sperimentazione dell’apnea statica, c’è questa sospensione … che si
allunga nell’abbandono all’acqua di tutto il nostro organismo, ed è
questo fatto che realizza l’allungamento dell’apnea. Questa è un
esperienza importante che mi ha avvicinato più che mai al pranyama.
L’apertura e
l’elasticità della gabbia toracica è il presupposto per una
ossigenazione più efficace, indispensabile per realizzare questo sport
e queste esperienze
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