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YOGA MENTALE |
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I VERSO DHARANAE’ importante comprendere il processo che va da asana a dharana.: E’ un itinerario ben preciso che se ben compreso diventa uno strumento didattico per l’insegnante oltre che un esperienza personale per la pratica meditativa. Ci sono vari livelli di lavoro, il primo si realizza quando ci fermiamo e ciò significa sviluppare il concetto del radicamento ovvero ritrovare il proprio centro profondo attraverso le molte possibilità che lo yoga ci offre, a seconda delle nostre propensioni. Il fermarsi comunque ci permette di raggiungere uno stato di calma, di quiete e di rilassamento in cui possiamo dare inizio ad un processo di osservazione e di attenzione a vasto raggio; la ricerca di quieta è fondamentale, perché, come è ovvio, ansia e agitazione sono portatrici di instabilità; per cui si viene trascinati via come da un fiume in piena. Questa condizione di calma, generatrice di comprensione, è concepita a tutti i livelli: prima di tutto neurofisiologico e di conseguenza psichico e mentale. Patanjali dichiara in un sutra: - grazie alla realizzazione di asana si diviene invulnerabili nei confronti delle coppie degli opposti (caldo-freddo, stabile-instabile, mi piace-non mi piace, ……). Questa è una via per realizzare una condizione di equanimità. La fase successiva che contribuisce a realizzare una condizione di calma ad un livello più profondo e se vogliamo più sottile, può svilupparsi attraverso l’esperienza del Pranayama; saremo così condotti ad una maggiore permeabilità energetica. Quando ci si ferma nella posizione meditativa, si avverte una condizione di stabilità, si avverte pur nella immobilità del corpo leggerezza, energia calore e una vivace percezione di fluidità, di scorrevolezza. Il percorso dello Yoga ci conduce da una percezione più generale a una più particolare, più delimitata e più sottile. Attraverso l’onda vitale che ci attraversa, si può raggiungere una condizione di coscienza più diffusa e globale. Questo percorso evolutivo viene sinteticamente delineato nella progressione che emerge dagli Yogasutra di Patanjali. Sutra II – 46: STHIRA-SUKHAM ASANAM: concetto basilare che ci porta verso la condizione meditativa, su questa linea di pensiero La realizzazione di un’asana è caratterizzata da queste due qualità: stabilità e conforto. “Sthira” significa solida e deriva dalla radice verbale che significa pilastro, esprime quindi l’idea del radicamento, di un’asse centrale che sostiene, essere ben stabili, avere e sentire della radice è molto di più del fermarsi. “Sukham” non significa solamente facile, comoda, ma è l’opposto di “dukha”, dolore, quindi designa il piacevole, sentirsi felici, sentirsi a proprio agio, dunque possiede una valenza positiva che non necessità dell’esigenza di un controllo. Quando questa condizione di benessere fisico si realizza, come tutte le cose piacevoli vorremmo che non finisse più al punto di non desiderare di sciogliere la posizione. Nell’impegno della pratica meditativa è fondamentale creare lo spazio per accogliere il concetto di sukham, l’essere felici, stare bene in una condizione di agio. A questo punto viene a crearsi una condizione di silenzio perché possediamo il sostegno del corpo che ha realizzato una condizione di agio assolutamente favorevole. Tutto il grande lavoro di percezione e di conoscenza del corpo si fa per andare oltre il corpo, per trascenderlo per renderlo silenzioso: la sua armonia rimarrà finché avrà vita. Tuttavia il linguaggio del corpo considerato il primo passo su questa linea di lavoro, non si esaurisce con il corpo nel realizzare un’asana. Esistono delle connessione sottili e misteriose misconosciute che costituiscono una spinta evolutiva a vasto raggio, una condizione armonica senza possibilità di recessione. Quindi il linguaggio del corpo costituisce evoluzione e premessa per andare lontano. Nel sutra 47 Patanjali dà gli strumenti per arrivare a questa condizione: II- 47: “ Prayatna - saithilyananta - samapattibhyam”, “Mediante il rilassamento dello sforzo e la meditazione sul senza fine si domina la posizione.” Consideriamo che il rilassamento dello sforzo si realizza sia sul punto d’arrivo che sul percprsp per arrivare all’asana compiuta. Come è possibile diminuire fino ad annullare totalmente lo sforzo a livello fisico ? Il tono muscolare va contro il principio di gravità e quindi più si è in equilibrio più diminuisce lo sforzo, più ce ne allontaniamo più lo sforzo aumenta. Ogni pozione ha un suo asse e in relazione alla struttura di ognuno è possibile trovare un punto ideale in cui l’equilibrio è realizzato; in questa condizione dunque è possibile il rilasciamento dello sforzo. Se , ad esempio, in una posizione meditativa so è fuori asse, si tenderà inutilmente di rilassare i muscoli della schiena; continueranno ad essere contratti per impedire che si cada avanti o all’indietro. Il rilasciamento dello sforzo è dunque possibile solo se si avverte il punto d’equilibrio, il baricentro e quale sarà la nostra posizione più corretta per raggiungere questo scopo. L’abbandono dello sforzo è correlato alla concentrazione su “ananta” che a livello pratico e fisico corrisponde alla colonna vertebrale. Quindi il rilasciamento dello sforzo avviene attraverso la percezione del centro, dell’asse e della realizzazione dell’equilibrio di questo centro. Il rilasciamento dello sforzo significa soprattutto la capacità che si acquisisce lentamente, di lasciarsi andare in modo che la posizione possa realizzarsi da sola Significa passare da colui che fa a colui che osserva per giungere alla comprensione della giusta posizione attraverso l’ascolto del corpo e il silenzio della mente discorsiva e razionale. Nella pratica si può lavorare in due maniere: c’è un metodo che potremo chiamare forte o violento, ma non in senso dispregiativo, quando si spinge e si obbliga il corpo ad andare in una certa direzione per disciplinarlo, questa può essere una scelta di lavoro; il rischio consiste nell’avere in mente un’idea di posizione e tentare di obbligare il corpo ad entrare nell’immagine e nell’idea che ci siamo creati. L’altro metodo, senza dubbio corretto, è imperniato sulla percezione, lavoro in presa diretta, possiamo dire; sentiamo quello che succede nel corpo e in rapporto a questo semplice ascolto, attuiamo la strategia più adatta. La capacità dell’ascolto che è anch’essa una realizzazione, ci pone in grado divedere i nostri limiti, ma ancge le nostre potenzialità senza mai perdere la direzione e l’obiettivo : “STHIRAM-SUKHAM”. Il rilasciamento dello sforzo è strettamente legato relazionato all’apprendimento; se nella posizione troviamo dunque la capacità di abbandonare, di lasciare la presa, avviene una semplificazione, per cui può emergere quello che conta. Questa verità può essere sperimentata anche nel quotidiano, la vita stessa diviene la nostra maestra; spesso la soluzione di un problema si realizza nel momento in cui abbiamo rinunciato a ricercare a speculare. ANANTA significa senza fine e ha una valenza spirituale: quando la posizione è realizzata nel rilassamento dello sforzo verifica una condizione speciale che è interiorizzazione e che ci porta in una condizione meditativa; verrà a crearsi un’ imprevedibile apertura verso l’illimitato, l’infinito verso cui l’uomo si sente richiamato. Nel sutra 48 Patanjali ci presenta il risultato di questa pratica, di questa esperienza: Sutra II – 48: “Tatodvamdvanabhighatah” –da ciò la mancanza di attacchi da parte delle coppie degli opposti. E’ questo il risultato più importante nella pratica di asana: si va al di là degli opposti entro i quali oscilla la nostra esperienza sia a livello fisico che psicologico e mentale. Nella condizione di asana si supera la dualità e si inizia a realizzare una certa immunità nei confronti degli agenti esterni ed interni, si inizia a sperimentare l’intraducibile condizione del “pratyaharah, l’assorbimento in sé stessi, distaccati e partecipi al tempo stesso. . Questa condizione importante di una sorta di indifferenza verso le coppie dei contrari può essere ricollegata al discorso di “ananta”, del senza fine che realizza innanzi la capacità di trascendere le polarità, andare verso l’illimitato superando le dualità e percepire nelle coppie dei contrari l’unità e la completezza anziché la separazione, come normalmente avviene. Quindi prima ancora di guardare più lontano, soltanto nel fermarsi, nel rilassare ogni impegno, avremo creato una condizione di grande equilibrio, di grande calma e armonia in cui inizia a realizzarsi l’equanimità. Ciò costituisce l’inizio la base del grande percorso in senso operativo, mentre spesso si tende a guardare troppo lontano peccando di presunzione e di impazienza. Il maestro Krishnamacharya dava due consigli fondamentali per la pratica della concentrazione: 1) preparare il contenitore e pulire le pentole prima di preparare il cibo; 2)scegliere qualcosa di piacevole e di semplice come oggetto della concentrazione. Va dunque curato e alimentato l’atteggiamento meditativo che consiste nell’essere stabilmente connessi con qualche realtà. Rimane sempre importante e fondamentale la posizione corretta, perché rappresenta un richiamo costante alla presenza: il corpo esprimere una sua dignità e nessun particolare è dato per caso. Ma è frutto di paziente lavoro e impegno. Ed ora il sutra II-49 che rende il discorso più omogeneo e conseguente: “Tasmin sati svasa-prasvasayor gativicchedah pranayamah”: essendo stata realizzata la posizione segue il pranayama ovvero la modifica volontaria del nostro abituale ritmo respiratorio – “gati”. Se allunghiamo l’espirazione per raggiungere una condizione di calma e inseriamo una pausa a polmoni vuoti per favorire ancora la quiete, potremo dire di aver prodotto un”gati" vicchedah”, interrompendo il ritmo spontaneo del respiro per proporne un altro. Questa interpretazione è operativa e pratica, perché se iniziamo a proporci dei veri “kumbaka” calcolati rischieremo di entrare in una condizione ansiosa anziché in una condizione di calma; sappiamo bene che il respiro ha una grande influenza sulla condizione mentale. Che cosa intendiamo con Pranayama? Vi sono diverse interpretazioni: controllo del prana o non controllo: Alcuni commentatori parlano di non dispersione del prana o di percezione del prana, altri di arricchimento del prana. Patanjali offre tante possibilità di interpretazione, perché nei sutra successivi dirà che c’è un Pranayama basato sul controllo e un altro sul non controllo. Tutta la pratica dello Yoga si impernia sul fare e sul non fare, sul colui che agisce e colui che osserva, sul passaggio dal fare all’essere e l’uno non esclude l’altro. Nel sutra II – 50 si precisa : “Bahyabhyantara-stambha-vrttit desakalasamkhyabhih paridrsto dirghasuksmah”: (Esso si trova in) modificazione esterna, interna o soppressa; è regolato dal luogo dal tempo e dal numero, (e progressivamente diviene) prolungato e sottile. Quindi l’esercizio del pranayama può avvenire in tre modi attraverso modificazioni e interruzioni se sono esterne s’intende in relazione all’espirazione, se sono interne s’intende in relazione all’inspirazione oppure avviene la cessazione dell’inspirazione e dell’espirazione. Riflettendo su questo sutra intuiamo che il passaggio da asana a pranayama si attua naturalmente, realizzandosi un’evoluzione che non può che essere spontanea. Molte volte ci si concentra sul pranayama senza osservare se il corpo è pronto, se la mente è chiarificata e libera da problemi di tecniche respiratorie che saranno affrontate con prudenza e semplicità, tenendo conto della propria situazione. “Svasa-prasvasa” significa inspirare, espirare. Perché Patanjali non ha utilizzato i termini "puraka e rechaka”? Svasa-prasvasa, secondo il dr. Bhole, medico indiano studioso della materia, sta a indicare espansione-contrazione, una percezione di tipo energetico, pranico, sottile di qualcosa che si riempie, si colma e si svuota, inalare – esalare, è lo stesso suono delle parole che suggerisce quest’idea. l “Gati vicchedah”: vicchedah significa tagliare, interrompere, quindi cessazione dei due atti respiratori: gati significa ritornare; c’è quindi l’idea di un movimento ciclico, di un ritmo che continua; perciò questa espressione può significare una modificazione di un movimento ciclico come il respiro. Riflettiamo ancora nell’interpretare questo sutra: (1) il pranayama si realizza quando si crea uno spazio di sospensione del respiro. Si fa spesso riferimento allo stato di concentrazione quando la mente è fissa , attenta a tal punto che il respiro sembra sospeso e allora questo momento speciale sembra legato allo stato meditativo. Lo avrete certo sperimentato! La sospensione del respiro che traduce la parola “kumbaka” è la parte fondamentale del pranayama, nello “Hatha Yoga Pradipika” ad esempio, si parla di otto tipi di Kumbaka; oppure (2) il pranayama può essere inteso come movimento anche rallentato intersecato dalle pause. Patanjali poi prosegue :….. questo è regolato dal tempo, dal luogo, dal numero, cioè potrebbe essere in relazione con il posto in cui ci troviamo, con il tempo che abbiamo a disposizione e con il numero di cicli di respirazione, quindi si riferisce ad una tecnica ben precisa a dei parametri ben precisi. Progressivamente la qualità del pranayama conduce a una respirazione che diviene prolungata e sottile. Scopriamo sempre di più che la via che conduce alla meditazione può essere molto concreta: Sutra II–51: Bahyabhyantara-visayaksepi caturthah: Quel pranayama che oltrepassa la sfera dell’interno e dell’esterno costituisce la quarta varietà. C’è dunque un altro pranayama che va al di là di ogni tecnica e di ogni strategia, non si riferisce all’inspirazione e all’espirazione, può realizzarsi in qualsiasi momento ed è il quarto stato i “turiya”. E’ il pranayama che va al di là dell’intervento volontario: è qualcosa che si realizza se si è in una condizione di pura attenzione passiva e la mente si libera da ogni vincolo. Si può dunque lavorare sul respiro per raggiungere questa particolare dimensione mentale e nello stesso tempo la particolare dimensione mentale agisce sul respiro. Questa spontanea sospensione del soffio ha luogo ad un certo punto del cammino interiore ed ha nome “kevala kumaka”. L’esperienza del pranayama culmina nel sutra II- 52 – “Tatah ksiyate prakasavaranam “ – Grazie a lui si dissolve lo schermo della luce (che impedisce di vedere): Realizzando l’esperienza del pranayama qualche cosa di limpido ed autentico raggiunge il nostro profondo, realizzando la capacità di raccogliersi in se stessi finalmente privi della assillante dialettica mentale. I campi di osservazione si delimitano e la luce della purezza delle percezioni risplende. Il respiro è stato definito il ponte mistico che unisce il corpo e la mente. A questo punto siamo pronti per “dharana” che apre la via del”antaranga sadhana”, il percorso meditativo. Ma Patanjali prima di questo stadio inserisce il pratyahara, il ritiro dei sensi che hanno perduto la possibilità di richiamarci nelle comuni controversie. Questa condizione può verificarsi anche lungo il percorso, non è pertanto uno stadio netto e delimitato, ma una condizione dell’essere. Il risultato della concentrazione che ad un certo punto dell’esperienza, si realizza spontaneamente, può emergere anche in asana e in pranayama. Il Pratyaharah non appoggia su nessuna tecnica, ed è la risultante di una fervida adesione al l’ideale yogico. Concludiamo con il sutra II – 53 “Dharanasu ca yogyata manash” - E si ha la capacità della mente di concentrarsi. Le immagini mentali, l’intelligenza intuitiva ed anche quella razionale vengono costantemente offuscate da un errata comprensione perché la mente vive in uno stato di dispersione. E’ evidente che l’adesione morale alla pratica elaborata e affinata dalla sperimentazione costituisce la premessa insostituibile per raggiungere dharana: asana e pranayama unitamente a yama e niyama saranno il nostro costante sostegno che svilupperà fede e sicurezza nella prova del vivere. Serenella Draghicchio Tominich
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